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venerdì 4 aprile 2008

L'eleganza del riccio

Quando siamo stati in viaggio di nozze a Parigi, durante uno dei tanti spostamenti in metrò, ci siamo seduti accanto ad una giovane signora tutta assorta nella lettura di un libro dal titolo L'élégance du hérisson. L'interesse dimostrato dalla lettrice era tale che anche noi avremmo voluto saperne qualcosa di più, ma la nostra povera conoscenza del francese c'impediva addirittura di comprendere completamente il significato del titolo.

Una delle sere seguenti abbiamo avuto il piacere di cenare assieme ad un amico conterraneo di Maria Luisa che da parecchi mesi era in trasferta di lavoro nella capitale francese svolgendo la sua attività di geologo presso una compagnia petrolifera. Durante la piacevolissima serata passata insieme in cui lui è stato nostro ospite a tavola e noi, molto più ricambiati, suoi ospiti in giro per un quartiere del centro, approfittando della sua maggiore perizia con la lingua locale, gli abbiamo chiesto il significato del titolo. Lui prontamente ce l'ha tradotto: L'eleganza del riccio.

Qualche settimana fa, mentre eravamo al solito supermercato, sfiliamo davanti allo scaffale dei libri e nonostante la diversa copertina non m'è sfuggita la recente traduzione in italiano di quella raffinata commedia francese. Maria Luisa d'impulso me l'ha voluto regalare e prontamente l'ha infilato nel carrello. Così, a scatola chiusa, senza sapere se meritava veramente. Ma io ero sicuro che valeva la pena acquistarlo anche solo perché legato in qualche modo alla nostra luna di miele.

Ora lo sto leggendo. Il tempo libero è poco e quindi sono arrivato solo a metà, ma letta la prima pagina di un nuovo capitolo non ho potuto fare a meno di riportarlo di seguito.

Ieri sera a cena la mamma ha annunciato che esattamente dieci anni fa ha cominciato la sua "anaalisi", come se fosse un buon motivo per fare scorrere fiumi di champagne. Siete tutti d'accordo che è una cosa me-ra-vi-glio-sa! Mi pare che solo la psicanalisi possa competere con il cristianesimo nella predilezione per le sofferenze prolungate. Quello che mia madre non dice è che da dieci anni prende degli antidepressivi. Ma evidentemente non mette in relazione le due cose. Credo che gli antidepressivi non servano ad alleviare le sua angosce, ma a sopportare l'analisi. Quando racconta le sue sedute, c'è da sbattere la testa al muro. Il tizio fa <<Hmmm>> a intervalli regolari ripetendo i finali delle frasi (<<E sono andata da Lenôtre con mia madre>>: <<Hmmm, sua madre?>>; <<Mi piace molto la cioccolata>>: <<Hmmm, la cioccolata?>>). Se è così, domani posso lanciarmi anch'io nella psicanalisi. Oppure le propina delle conferenze della <<Causa freudiana>> che, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, non sono dei rebus ma dovrebbero avere un qualche significato. Subire il fascino dell'intelligenza è davvero molto affascinante. Secondo me l'intelligenza non è un valore in sé. Di gente intelligente ce n'è a pacchi. Ci sono molti dementi, ma anche molti cervelli eccezionali. Sarà una banalità, ma l'intelligenza in sé non ha alcun valore e non è di nessun interesse. C'è gente molto capace che ha speso una vita sulla questione del sesso degli angeli, per esempio. E molte persone intelligenti hanno una specie di bug: credono che l'intelligenza sia un fine. Hanno un'unica idea in testa: essere intelligenti, e questa è una cosa stupidissima. E quando l'intelligenza crede di essere uno scopo, funziona in modo strano: non dimostra la sua esistenza con l'impegno e la semplicità dei suoi frutti, bensì con l'oscurità della sua espressione.

Muriel Barbery
L'eleganza del riccio
edizioni e/o

Confesso che qualche anno fa mi sono sottoposto a qualche seduta di psicanalisi. Già dopo il primo incontro ne sono uscito con un enorme senso d'irritazione. Alla terza non ce l'ho più fatta ed ho detto al terapeuta(?) che preferivo interrompere. Lui si è permesso di dirmi che la mia sofferenza meritava di essere trattata. Gli ho risposto: <<Sì, è vero, ma decido io come>>.

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